La lama del carro dei tarocchi

La lama del carro negli Arcani Maggiori

Per la sua natura destrutturata e non regolamentata dietro alla parola “Coaching” esistono numerose pratiche molte delle quali possono essere in chiaro contrasto con le altre proprio perché una certa libertà nell’interpretazione del ruolo di coach e delle sue finalità è per questa professione — proprio come nessuno è padre o madre nello stesso modo — il punto forte (libertà e indipendenza a tutela anche del cliente) e quello ovviamente debole (scarsi punti di riferimento per la clientela).

Il Coaching Dissociativo

Se pensiamo al modello più diffuso di coach, ovvero quello dell’allenatore sportivo ci rendiamo conto di quanto spesso questo si riduca alla fine il più delle volte nell’aiutare a vincere un qualche campionato, fosse anche della serie zeta nei tornei parrocchiali o scapoli contro ammogliati.

Perseguire un obiettivo estrapolando il risultato dall’ecologia del contesto individuale o collettivo in cui si sta operando è il modello di estrazione tradizionale del coaching manageriale di ispirazione il più delle volte statunitense. Bert Ellinger ebbe a suo tempo occasione di criticare ambiti in cui si era a suo tempo trovato ad imparare proprio per la presunzione di onnipotenza che implicavano. Ancora oggi sono molti i coach che si ispirano alla NLP (Neuro-Linguistic Programming, o PNL – Programmazione Neuro Linguistica) usandola come espressione di potere e giocando sull’ambiguità espressa da molti delle sue dirette (Dilts, Bandler, …) e indirette (Matt James, Anthony Robbins…) espressioni per contrabbandarla come l’autostrada del successo a tutti i costi.

Insomma, la scelta alla fine non può che ricadere sul cliente al quale tocca non lasciarsi incantare dai giochi di parole rispetto alla neutralità dell’operatore: neppure la Svizzera è mai stata davvero neutrale nonostante non abbia preso parte agli ultimi due conflitti planetari. In pratica, proposte professionali di questo tipo si poggiano sulla separazione fra pratica e risultato, fra identità e vita, fra etica e comportamento e così via. Uno degli impliciti maggiormente presenti al punto che non ha neppure bisogno di essere evocato è quello fra corpo e mente (senza tirare in ballo anima o spirito). Chiamo “Coaching Dissociativo” il modus operandi che predica e usan la dissociazione, l’alienazione del sentire umano per conseguire i propri scopi, costi quel che costi.

Il Coaching Olistico

Al contrario, il Coaching Olistico rappresenta la pratica che, nel porsi come obiettivo l’esaltazione delle risorse della persona nel suo ambiente e, successivamente, nel non accontentarsi dell’equilibrio di successo raggiunto, definendo quest’ultimo come un vincolo da superare, pone il coach in secondo piano rispetto alle forze agenti su tutti i piani evocati.

Questo vuol dire che la persona con cui scegliamo di avere a che fare non è mai il ritaglio con cui si presenta a noi o quello con cui noi decidiamo di aver a che fare a partire dalla sua domanda e dalla nostra offerta: egli è sempre una serie di campi (se vogliamo farla facile parliamo di “insiemi”) che si rapportano fra di loro su più piani o livelli e perfino parlare di piani è riduttivo ed espressione di un sistema di rappresentazione, il nostro, che condiziona il nostro pensiero e quindi i risultati. Se la vediamo così diventa comprensibile che:

  1. La condizione di non sapere su cui si basa la presunzione di una chiave di pensiero, di spiegazione o di interpretazione arbitraria perché impossibilitata a trovare un vero e proprio fondamento, è lo stato di partenza di ogni asserzione e pratica degli individui e dell’umanità. Su di essa si fonda la creazione di più mondi, spesso in contrasto fra di loro, ma accomunati da un intendimento comune, o Stele di Rosetta invisibili, che si stia parlando sempre della stessa cosa e che si adottino modelli previsionali tra loro rapportabili e riducibili quando non è mai così.
  2. Ogni azione si vada a compiere ha riflessi imprevisti sui piani che abbiamo escluso o non abbiamo preso in considerazione che comporteranno adattamenti e risposte che non potranno non mutare la domanda di coaching e quindi l’azione del coach stesso oltre a generare delle problematiche per le quali il successo dell’azione potrà comportare un insuccesso in altri ambiti, mentre l’apparente insuccesso rispetto alla domanda potrà comportare in certi casi un successo sul piano di un’ecologia allargata della persona inserita nel suo olone fisico, mentale, emotivo, spirituale. Tutto questo partendo dall’assunto che non abbiamo mai a che fare con il solo percorso razionale, ma con il lavoro sugli stati mentali e sul cambiamento metacostruttivistico di rappresentazione della realtà che l’apprendimento dell’ipnosi e delle tecniche di consapevolezza della natura della coscienza e della dimensione che si colloca nello spazio “tra” i soggetti e i loro contorni fisici: uno spazio che non solo “esiste” ma che soprattutto agisce nelle nostre scelte e nella nostra capacità di comprendere il senso degli eventi che viviamo.

Bilanciamento Dinamico

Il Coaching Olistico non va però inteso come un semplice processo di conseguimento di un’unità statica che a quel punto procede nella sua integralità sicura e immutevole. Siamo come bambini che imparano ad andare in bicicletta che per stare in equilibrio sono costretti a pedalare senza fermarsi mai; come equilibristi funamboli che usano il bastone perché l’equilibrio è dato dalla sapiente alternanza di squilibri diversi. Detto in altri termini, il Coaching Olistico si fonda sul processo e sul metodo del Bilanciamento Dinamico (espresso altrove).

Se la dissociazione è alla radice di molti interventi di coaching, in molti casi questa non è voluta ma importata inconsapevolmente dagli impliciti sociali del coach e del cliente ancor prima.

A questo punto, però, se da un lato é impossibile non essere condizionati dal mondo in cui viviamo, dall’altro proprio quest’ultimo ci consente di evolvere grazie all’affermazione della nostra volontà a dispetto dei condizionamenti a cui siamo soggetti. Occorre però compiere un’operazione “spagirica” di solve et coagula, separare il grezzo e riportare il purificato dal crogiolo dell’alchimista-coach ad una nuova unità.

  • Il primo passo consiste nell’accettare che l’unica alternativa praticabile sta nell’essere il più possibile consapevoli della propria natura, ponendosi l’obiettivo di esercitare un monitoraggio “dolce” su questi limiti comprensibili.
  • Il secondo passo invece è rappresentato dall’introduzione di elementi di separazione funzionali alla trasformazione in modo da produrre una sequenza di nuove integrazioni basate su nuovi equilibri. Chiamiamo questi elementi di dissociazione “parti” artificiali evocate.

Carl Gustav Jung chiamava “processo di individuazione” questo lavoro alchemico all’interno della sua psicologia analitica. A qualcosa del genere (naturalmente su un piano notevolmente più limitato) mira anche il coach olistico.

Il Coach olistico mette in scena un vero convivio di attori che fanno parte di quel tutto d’un pezzo che pensiamo di essere, a partire proprio dai protagonisti dell’ombra, quelle parti di noi con cui non amiamo identificarci e che spesso affermiamo essere l’opposto di quello che siamo. Permette di cogliere come i nostri sbagli ci insegnino molto più dei nostri successi e che proprio grazie ai nostri errori siamo più dotati di strumenti da offrire agli altri. Il lavoro del coach consente di trovare la strada che per raggiunge le nostre mete passando necessariamente per l’accettazione dei limiti della nostra esistenza e dalla scelta di impegnarsi e lasciarsi coinvolgere nella missione rappresentata dall’opera che è la nostra vita stessa, con le sue fasi “al nero”, “al bianco” e “al rosso”.

Detto così, neppure una terapia di lunga durata e perfino un percorso iniziatico possono essere così folli da affrontare un tale obiettivo, figuriamoci se potrà mai farlo una serie di incontri costituiti da esercizi di riconfigurazione dei propri obiettivi per conseguire risultati soddisfacentemente sostenibili come un percorso di coaching. “Solo” con la scuola, l’officina spirituale nella quale sceglierà di forgiare la propria anima e l’esperienza, chi si avvicina al Coaching Olistico potrà accedere al proprio percorso, accettando tutti i risultati che riuscirà ad ottenere con modestia e dedizione, senza mai perdere di vista quel punto all’orizzonte idealmente irraggiungibile che ci guida e che ci aiuta a indirizzare le esperienze nostre e di coloro che incontriamo.

Ennio Martignago